A seguito una breve presentazione dei progetti dell’architetto che sono stati realizzati in Friuli e che ho personalmente avuto la possibilità di vedere e fotografare. Per ognuno sono infatti presenti altre immagini su flickr oltre a quelle qui visibili.
GIARDINO PIAZZA PER IL PEEP
OVEST-NORD, UDINE, 1989-92
Questa è l’idea originaria dell’architetto per il parco; non tutti gli elementi descritti qui di seguito sono stati realizzati.
Il parco urbano attrezzato
Il grande vuoto che costituisce il parco (e la piazza trapezoidale a sud) rappresenta una costruzione, un “interno”, ottenuta mediante la definizione architettonica dei bordi (porticati-pergolati). Questo grande vuoto ha in più una seconda definizione interna, corrispondente a due modi diversi di utilizzazione e a due distinti caratteri:un grande prato con alberature a nord, tagliato diagonalmente da un percorso lastricato che conduce ad un padiglione ad U e che costituisce la testa di una seconda tratta del medesimo percorso che, correndo lungo la vecchia via Lombardia, porta alla piazza di Rizzi; un’area lastricata a sud, in pietra piacentina, con alberature ai bordi della via Val d’Arzino, separata-distinta dalle precedenti (il grande prato) da un “muro attrezzato” con sezione quadrata di tre metri di lato, e contenente una fontana di 30 m di lunghezza nella parte attestata su via Pontaiba e locali di servizio con le cabine di trasformazione nella parte opposta. La figura del muro si trasforma in questa seconda parte e diventa una gradinata nella parete sud, prospettante verso la piazza lastricata. Questo spazio trova poi una connessione visiva funzionale con la zona residenziale del Peep attraverso la piazza coperta, e con i parcheggi sud dello stadio Friuli attraverso la serie di “quinte” che costituiscono le porte di ingresso a parco da via Lombardia.
La piazza coperta
La piazza coperta è un “luogo comune” tra il parco urbano, la zona residenziale del Peep e quella per attrezzature pubbliche previste. La piazza resta definita a sud da via Val d’Arzino, di uso esclusivamente pedonale, e ha la forma di un quadrato con lato di 60m. Essa è contornata da muri in cemento armato lungo i lati nord, sud ed est, con grandi varchi che consentono la formazione di un percorso continuo che l’attraversa da nord (via Mantova) a sud (via Val d’Arzino e le future piazze pedonali a sud). Lungo il lato ovest la piazza è coperta da una struttura metallica di 60x24 m, a travi reticolari a sezione triangolare.
Il teatro spontaneo
All’interno della piazza di 60 m di lato è prevista la costruzione di una gradinata alta 3 m e quadrata con il lato di 12 m, inserita in una seconda figura geometrica quadrata di 24 m di lato, un lato della quale è costituito da un muro alto sei metri. La gradinata costituisce un “teatro spontaneo”, mentre il muro fa da fondale-schermo e può servire anche per effettuare proiezioni.
Il padiglione pergolato
Il padiglione, posto al termine del percorso pedonale verso piazza Rizzi, a cielo aperto, è di forma triangolare equilatera, con il lato di 30 m, mentre l’altezza delle pareti che lo delimitano è di 6 m: queste occupano i due lati del diedro, a nord e a sud. La parete nord accoglie una porta di 15 m di larghezza e di 3 m di altezza, per la quale passa il percorso lastricato in pietra piacentina che taglia il parco diagonalmente.
Gli ingressi del parco
Gli ingressi principali, che corrispondono alla localizzazione dei parcheggi sud dello stadio Friuli, che saranno collegati funzionalmente al parco in particolari occasioni, utilizzano elementi architettonici (setti o muri in cemento armato) omogenei rispetto a quelli che definiscono i limiti dell’area del parco lungo i portici pergolati.
La fontana
La fontana ed i locali di servizio distinguono, in forma di “muro attrezzato”, le due parti del grande vuoto che costituisce il parco urbano attrezzato: la parte a prato con alberature e la parte lastricata con alberature. La fontana occupa, come già si è detto, la parte del “muro” verso via Pontaiba, per un tratto di 30 m: essa è formata da un piano inclinato in cemento armato, lungo il quale scorre l’acqua verso una vasca di raccolta longitudinale a nord, e da un velo d’acqua che forma una parete verticale dal bordo superiore del piano inclinato alla vasca longitudinale di raccolta. I locali di servizio sono disposti invece nel secondo tratto di 30 m del muro attrezzato.
I portici-pergolati
I tipi di portico-pergolato utilizzati nelle distinte tratte che costituiscono il perimetro del parco attrezzato sono tre: il tipo A è costituito da un muro verso l’esterno del parco, di 3 m di altezza, con colonne di 60 cm di diametro e di 6 m di altezza, collegate tra loro da un telaio zoppo in profilato d’acciaio zincato.
I telai sono collegati tra loro longitudinalmente all’estremità, corrispondente alla testa delle colonne, e nel punto di piegatura con profilati del tipo Hea 140; il tipo B è identico al precedente, ma contiene una passerella in acciaio e legno di 2,25 m di larghezza, retta da elementi Ipe 240 e posta all’altezza di 3 m sul piano del portico; il tipo C è costituito da colonne in cemento armato su entrambi i lati, collegate in testa longitudinalmente e trasversalmente da profilati Hea 140.
La pista ciclabile ha una sezione trasversale di 2,50 m e corre lungo il confine settentrionale del Peep, parallela al portico di tipo C.
VILLA C.M. A RIVE D’ARCANO
(UDINE), 1972
“Ho provato due sole volte, e sono dispiaciuto per la pochezza di questa esperienza ma anche lusingato, a uscire dalle due case che ho conosciuto. La prima era una tipica casa da medico anni trenta: quattro stanze al piano terreno, sopralzato di circa un metro, e quattro stanze al primo piano. Per molti anni ho pensato che non fosse possibile pensare e disegnare una casa diversa da questa. Ogni stanza aveva due finestre ed almeno due porte, anche se due stanze al piano terra avevano una sola porta. Ma la porta era molto importante: una porta molto alta, almeno due metri e mezzo, a due ante. Queste due stanze con una sola porta erano luoghi di lavoro, perchè una era l’ambulatorio di mio padre, preceduto da un antiambulatorio, e l’altra era diventata la mia stanza da lavoro, la stanza del pittore. Tutto è terminato nel 1948 con la chiusura della mia attività di pittore e nel 1950 con la morte di mio padre.
Questa prima casa l’ho ripetuta agli inizi degli anni sessanta in un luogo diverso da dove avevo vissuto. Ho pensato di aver legato queste due esperienze solo molti anni dopo, ripensando ai modelli che si ripetono tali e quali o ai tipi che sono solo esperienze. Su questa strada, la strada dei tipi, varrebbe forse la pena di pensare e meditare di più. Ho provato a pensare a questa questione a partire dalla casa di Tarcento. Il problema è quello della casa isolata, secondo il modello-tipo della villa di città: l’isolamento che diventa prima di tutto perentorietà dell’involucro, ma anche rapporto con il lotto, che è sempre minimo (2000 mq nel mio caso), e soprattutto rapporto con il viale(il viale della stazione o un viale analogo). La casa-villa di città non può non essere a pianta quadrata, ed i fuori scala hanno importanza, Descrivendo molti anni fa questa casa per “Casabella” di Rogers, ho parlato di una pianta emiperiptera, con le colonne quadrate verso le due strade.
La seconda casa della mia doppia esperienza è stata una casa, si potrebbe dire,”secondo Columella”: una dimora di campagna della bassa friulana, quella striscia di terra che corre da Palmanova verso il Tagliamento sotto l’Ungaresca, per attraversare il fiume e trovare S.Vito e S. Giovanni. Proprio secondo Columella: profonda, volta a mezzogiorno, con le stanze d’estate e le stanze d’inverno non sopraelevate da terra, con una grande importanza attribuita al cortile, che è la prima parte del giardino e, più oltre, l’orto, la “braida” con i filari di viti, la “bresciana” con gli alberi da frutto.
Una qualità di questa casa, dove è vissuto assolutamente isolato mio nonno e dove sono vissuto per lunghi periodi prima bambino e poi suo interlocutore, non riuscirò certamente a ripetere: un muro alto cinque metri che mi separava dalle case vicine e mi acquietava. Ma, contraddicendomi, non è possibile ripetere alcune esperienze; è difficile cambiare ma è anche difficile differenziare gli stati delle esperienze. La seconda casa costruita è del 1970, e per certe proposizioni di fondo è molto simile alla seconda da me abitata.
Certo, Columella è di nuovo presente e credo di essere stato abbastanza conseguente alle sue indicazioni e ai suoi ordini. In ogni modo una casa moderna e antichissima, posta in un luogo di bellezza straordinaria:il colle di guardia vicino al castello di Arcano.”
di Gianugo Polesello sulla villa a Rive d’Arcano,
tratto da“Gianugo Polesello, Architetture 1960-1992”
ATTREZZATURE TURISTICHE DELLO
ZONCOLAN NELLA CARNIA CENTRALE,
PIANO ZONCOLAN, 1968-70
IL RIFUGIO
Il progetto del rifugio era interno ad un programma di opere quantificato e localizzato in un luogo strategico rispetto al funzionamento complessivo del Piano Zoncolan e rispetto ai caratteri morfologici del paesaggio montano. Esso era quindi uno degli elementi, anche se il più importante come immagine ottica per chi proviene dal fondovalle, che componevano il sistema delle opere previste nel “terminal stradale” localizzato sulla sella tra le pendici del Monte di Sutrio e del Monte Zoncolan.
L’architettura del progetto si rifà alle opere di ingegneria delle costruzioni idrauliche e stradali, di contenimento delle pendici instabili e, anche, delle costruzioni militari. Il fabbricato è molto semplice: un sistema di tre muri paralleli alla curva di livello, muri incassati nel suolo e con un fuoritutto unico. Al di sopra di questo piano è disposto un volume stereometrico di coronamento in acciaio completamente vetrato, che comprende la parte di soggiorno, ristorante-bar e terrazze belvedere.
I tre muri definiscono due bande parallele con interasse di 6 m e di 9 m di lunghezza. Il modulo cubico di 3 x 3 m è all’origine della composizione e diventa visibile nella traccia della struttura metallica della parete all’ultimo piano, nell’ordine delle bucature, nella dimensione delle gallerie. L’intera dimensione longitudinale è otticamente percettibile nella galleria al piano terra, che ha sezione quadrata di due moduli di lato (6m di interasse). Più in dettaglio, la composizione è data dalla galleria controterra (dalla quale si staccano i percorsi interni di servizio ed alla quale convergono le direzioni dei percorsi all’esterno) e dal piano delle attrezzature di soggiorno delle terrazze belvedere.
Le modificazioni orografiche connesse con la costruzione era tendenzialmente nulle, proprio in quanto il suolo non entrava nel progetto se non come condizionamento per il progetto stesso.
LA FUNIVIA
RAVASCLETTO-MONTE ZONCOLAN
La funivia è del tipo va-e-vieni, con due stazioni ed un pilone intermedio. Le due tratte assommano a circa 1.800 m ed il dislivello tra le due stazioni è di circa 800 m. Il progetto di una funivia è composto da parti tecnologicamente definite delle quali quella elettromeccanica è assolutamente prevalente; tutte la parti murarie, le sistemazioni esterne, l’organizzazione dei percorsi ecc. sono in funzione della geometria definita dal congegno elettromeccanico. Questa era la norma delle costruzioni funiviarie. Le vie di uscita dalla norma sono generalmente di segno opposto: la mimesi delle parti elettromeccaniche dentro improbabili architetture alpine o la esaltazione, storicamente ritardata, degli apparati meccanici.
Il progetto “mette insieme” gli elementi che gli sono necessari e “approfitta” della occasione edilizia per aggiungere nel manufatto alcuni elementi d’uso complementari: bar, uffici.
Le due stazioni sono identiche (o simili) nell’impianto costruttivo, nella tecnologia edilizia, nel funzionamento distributivo. Semplificando si può dire che sono costituite da due muri paralleli in cemento armato che affondano nel terreno, a realizzare la fossa dei contropeli nel caso della stazione a valle e il locale macchine nel caso della stazione a monte (muri che sono le facce di un cubo di 22 m di lato), e da una copertura spaziale ad aste di acciaio. I muri e la copertura realizzano un segmento di galleria aperto verso il percorso aereo, in maniera assolutamente analoga alle stazioni ferroviarie di testa.
MERCATO A BIBIONE, S.MICHELE
AL TAGLIAMENTO, 1975-81
Nel progetto di Bibione per un mercato Polesello dice di aver voluto provare il principio combinatorio di figure note: la galleria, il portico, la colonna, il muro. Non solo, ma combinazioni apparentemente semplici di edifici che contengono, che sono fatti di gallerie, di portici, di colonne. Il centro della composizione è una piazza che occupa una banda rettangolare, appoggiata alla mediana di un quadrato.
Questa è solo la prima spiegazione che l’architetto dà. La seconda riguarda il ruolo della pianta ( che non è solo la sezione orizzontale di un’architettura) nella composizione. La pianta, continua, è l’idea profonda dell’architettura, perché è tale solo se consente di vedere le possibilità delle forme sensibili; ma non è una forma sensibile. La pianta è un emblema concreto dell’architettura.
Il progetto è costruito a partire da una figura quadrata di 120 m di lato, che fa da traccia a un edificio a due piani di 7,50 m di altezza. Il quadrato ha un modulo base di 3,75 m e sui nodi di questa griglia e di altre di 7,50 o 15 m di passo sono costruite la galleria, i ballatoi, i colonnati, la piazza. Il procedimento è di partizione: la mediana del quadrato (60 m), la mediana parallela alla prima (30 m), le ortogonali corrispondenti agli assi delle tre gallerie a due piani.

Il tema del mercato è permanente nella storia dell’architettura e della città. Questa memoria della storia non è solo un fatto funzionale; essa assume figure ed immagini di architetture costruite: i fori romani ed i bazar ottomani, le halles e i depositi-mercati delle città anseatiche ecc. E, contemporaneamente, la labilità della figura architettonica legata ad una funzione così indefinibile (o così larga) e la sua disponibilità a segnare soprattutto un luogo dove la pratica ed il principio dello scambio investe larghi settori della vita sociale. All’architetto è dunque parso che soprattutto il luogo e la sua organizzazione in architettura fossero idonei a rispondere ad una domanda che il tema contiene.